Teofilo Folengo - Baldus
TEOFILO FOLENGO

dal BALDUS

BALDUS: Poema scritto in versi maccheronici da Teofilo Folengo (1491-1544), sotto lo pseudonimo di Merlin Cocaio. Costituisce la parte organicamente più importante delle Maccheronee.
Quattro sono le redazioni della famosa opera, dalla prima in diciassette canti, pubblicata nel 1517, all’ultima ritenuta la migliore e definitiva, pubblicata postuma nel 1552, in venticinque canti. Tanto lavorio di lima sta a significare che il genere maccheronico, accolto dalla tradizione ridanciana e goliardica, è dall’autore inteso con finezza d’arte e con intenti novatori. Il poema è dedicato alle imprese di Baldo (Baldus), eroe popolano, ma di origine illustre: egli nasce nel paese — oggi scomparso — di Cipada nel Mantovano) da Baldovina, figlia del re di Francia, e da Guido, discendente di Rinaldo.

Il ragazzo, allevato dalla madre con l’aiuto di un contadino, Berto Panada (Bertus Panada), cresce con la mente piena di grandiose gesta ispirate dai romanzi cavallereschi. La sua vivacità si mostra anzitutto nelle battaglie a sassate con altri monelli del luogo.

A poco a poco finisce col crearsi una vera banda, poiché a lui si uniscono tre bei tipi di furfanti e di buontemponi della schiatta di famosi eroi cavallereschi: Fracasso, Cingar e Falchetto. Con le loro malefatte e le proprie Baldo inventa una vera epopea contadinesca e popolana; ma intanto, per aver maltrattato il  fratellastro e ucciso fin il capo del paese, viene imprigionato. I suoi compagni fanno in modo di liberarlo con la frode e la violenza.

A questo punto subentrano nella trama motivi farseschi e avventurosi: dapprima con le burle di Cingar, che gabba Zambello (Zambellus) fratetellastro di Baldo, portandogli via anche la vacca che sarà divorata da certi frati qui satireggiati, e poi con il viaggio della brigata all’Inferno. Vivacissima una zuffa con i pirati, in alto mare, e pittoreschi I combattimenti con mostri diabolici. Alla fine gli eroi giungono in una immensa zucca, dove sono puniti quelli che hanno male impiegato il tempo in vita, e con speciale riguardo i filosofi e i poeti, torturati da diavoli cavadenti. E qui l'opera finisce. L’opera, nella struttura e nel linguaggio maccheronico, rivela un vivace interesse per la narrazione di gesta grossolane e plebee.
 
Scarica il BALDUS da http://www.liberliber.it/biblioteca/f/folengo/baldus/pdf/baldus_p.pdf 

 

dal LIBER PRIMUS

Phantasia mihi plus quam phantastica venit
historiam Baldi grassis cantare Camoenis.
Altisonam cuius phamam, nomenque gaiardum
terra tremat, baratrumque metu sibi cagat adossum.
Sed prius altorium vestrum chiamare bisognat,
o macaroneam Musae quae funditis artem.
An poterit passare maris mea gundola scoios,
quam recomandatam non vester aiuttus habebit?
Non mihi Melpomene, mihi non menchiona Thalia,
non Phoebus grattans chitarrinum carmina dictent;
panzae namque meae quando ventralia penso,
non facit ad nostram Parnassi chiacchiara pivam.
Pancificae tantum Musae, doctaeque sorellae,
Gosa, Comina, Striax, Mafelinaque, Togna, Pedrala,
imboccare suum veniant macarone poëtam,
dentque polentarum vel quinque vel octo cadinos.
Hae sunt divae illae grassae, nymphaeque colantes,
albergum quarum, regio, propiusque terenus
clauditur in quodam mundi cantone remosso,
quem spagnolorum nondum garavella catavit.
Grandis ibi ad scarpas lunae montagna levatur,
quam smisurato si quis paragonat Olympo
collinam potius quam montem dicat Olympum.
Non ibi caucaseae cornae, non schena Marocchi,
non solpharinos spudans mons Aetna brusores,
Bergama non petras cavat hinc montagna rodondas,
quas pirlare vides blavam masinante molino:
at nos de tenero, de duro, deque mezano
formaio factas illinc passavimus Alpes.
Credite, quod giuro, neque solam dire bosiam
possem, per quantos abscondit terra tesoros:
illic ad bassum currunt cava flumina brodae,
quae lagum suppae generant, pelagumque guacetti.
Hic de materia tortarum mille videntur
ire redire rates, barchae, grippique ladini,
in quibus exercent lazzos et retia Musae,
retia salsizzis, vitulique cusita busecchis,
piscantes gnoccos, fritolas, gialdasque tomaclas.
Res tamen obscura est, quando lagus ille travaiat,
turbatisque undis coeli solaria bagnat.
[...] 
 
Mi è venuta la fantasia - una matta fantasia –
 di cantare la storia di Baldo con le mie grasse Camene.

La sua fama altisonante, il suo nome gagliardo
fa venire ancora la tremarella alla terra, e la voragine infernale,
nella sua nera paura, si caga addosso.

Ma prima l’aiuto vostro bisogna chiamare, o Muse
che spandete la bell’arte macaronica.
Potrebbe la mia gondola strigarsi dagli scogli di questo mare,
se il vostro favore non la raccomandasse?

 E non mi stiano a soffiare negli orecchi i loro carmi
né Melpomene né quella minchiona di Talia né Febo
che se ne sta grattando tutto il giorno la sua chitarrina:
perché quando penso al budellame della mia pancia,
non fa per me, per la mia piva, la chiacchiera del Parnaso.
 
Ma solo le Muse mangione, le dotte sorelle, Gosa, Comina,
Striazza, Mafelina, Togna, Pedrala, vengano qui a imboccare
 il loro caro poeta di gnocchi, e mi diano cinque o anche otto tegame
 di polenta fumante. Queste sono le mie dee e le mie ninfe,
 bell’e grasse che colano; e il loro albergo, la regione e terra
 loro è lontana lontana, in un cantone del mondo che la
caravella degli Spagnoli non ancora è stata buona di trovare.
 
C’è qui una grande montagna che si leva fino alle scarpe
della luna e se uno la vuol paragonare allo smisurato Olimpo,
 non un monte ma una collina deve dire che è l’Olimpo.

E qui non ci sono le corna del Caucaso, non la schiena del Marocco,
 non l’Etna che sputacchia ogni tanto i suoi colanti bruciori di zolfo:
qui non viene Bergamo a cavare, come fa nelle sue montagne,
 le rotonde macine che poi vedi pirlare nei mulini e tritare le granaglie:
 ma Alpi di formaggio sono quelle che noi abbiamo passato per di là
 - formaggio ora tenero, ora ben stagionato, ora di mezza via.

Credetemi, non sono tanto storie, ve lo giuro: e poi una bugia,
anche una sola, non la direi per tutto l’oro del mondo.
Al basso corrono giù cavi fiumi di buon brodo che poi vanno a finire
 in un lago di zuppa, in un pelago di stracottini.
 E qui passano e ripassano barche, barbotte, brigantini,
agevoli e snelli, a migliaia, tutti di torta: e sopra ci stanno
 le mie Muse e gettano lacci e reti - reti cucite con budelle di maiale e
 con busecche di vitello -  e pescano gnocchi, frittole e gialle tomacelle.
 Ma è un grosso guaio quando quel lago va in travaglio e
con l’onde turbate bagna i solai del cielo.

 

 

 

 

Traduzione (di G.Tonna, dall'ed. Milano, Feltrinelli, 1958, a cura di G.Dossena):